Ilaria del Carretto


San Martino a Lucca. Una chiesa che è anzitutto un capolavoro del romanico, con quella sua agile facciata che si appoggia al candido campanile. Una superficie traforata come un merletto d’altri tempi che gioca volentieri con la luce del sole, creando contrasti che cambiano continuamente.

E, subito sotto, l’ombra del profondo portico con le sue ricche decorazioni. Ecco San Martino che divide il suo mantello con il povero mendicante; mentre più in là San Regolo viene decapitato. Sotto le volte, nelle lunette dei portali, sui muri, sulle colonne, figure di ogni genere e forma. Un mondo davvero senza uguali, dove campeggiano gli apostoli e la Vergine, i Magi che recano i loro doni a quel Gesù che poco più in la viene deposto dalla croce. Basta girarsi di poco per vedere Cristo recato in gloria da due angeli. E poi profeti, biblici monarchi, serpenti e leoni, addirittura l’albero genealogico di Maria; santi personaggi intenti a resuscitare morti, a cacciare il demonio o a celebrare messa; la rappresentazione dei Mesi con i lavori dei contadini; i simboli dello zodiaco ed altri più arcani. Pare quasi che tutto l’universo medievale, così palpitante di vita si sia dato appuntamento su queste superficie di marmo. Su un pilastro campeggia la raffigurazione discreta del labirinto di Dedalo con quella scritta: …nessuno poté uscire salvo Teseo, grazie al filo di Arianna.

E’ un invito ad entrare, ad attraversare la soglia e tuffarci nella sacra penombra dell’interno, nel dominio del silenzio, nel mistero. Dove fra i mille e mille manufatti preziosi, ecco apparire, in un tempietto, il Volto Santo, la rappresentazione autentica di Cristo intagliata niente di meno che da Nicodemo e giunta prodigiosamente in Toscana tredici secoli or sono. Ecco ancora, ad una parete, le figure di Martino e del mendicante, le stesse che avevamo intravisto all’esterno e che paiono quasi averci accompagnato all’interno. Sappiamo invece che si tratta del gruppo originale, ma ciò non ci tranquillizza del tutto; anche perchè notiamo solo ora che, sotto la mensola, un uomo sta abbracciato ad un animale fantastico ed inquietante. Cosa significa tutto questo?

Ma ciò che cerchiamo è custodito dietro un’altra porta, quella della Sacrestia. Ci affacciamo e intravediamo subito quel volto bellissimo, dolce e sconvolgente. Mentre la luce soffusa sfiora appena, quasi temendo di ferire o, semplicemente, di svegliare quella candida figura adagiata nel marmo dal genio di Jacopo della Quercia. Ci viene spontaneo avvicinarci in punta di piedi, delicatamente, per paura di incrinare un equilibrio precario, di spezzare un filo magicamente teso come la mitica Arianna del labirinto. Sappiamo benissimo dalle guide, dai libri d’arte che quella statua che giace sul sarcofago con la base ornata di putti è solo un pezzo di pietra, anche se si tratta di uno dei massimi capolavori della scultura rinascimentale. Ma davvero l’impressione è che la figura palpiti di vita propria; che quella bellissima e giovane donna con i cappelli accuratamente raccolti nella benda imbottita e fiorita, con quell’abito di foggia francese, non aspetti altro che un nostro cenno (e, chissà, un bacio come la bella addormentata delle fiabe) per risvegliarsi. Forse è quello che desidera ardentemente anche quel tenero e struggente cagnolino che fissa la sua padroncina con quello sguardo che solo chi possiede un cane conosce.

Ma nulla accade. L’equilibrio, purtroppo, non si spezza. La luce continua ad infrangersi selle pieghe del corpo, sul dolce capo delicatamente appoggiato sul cuscino, sulle mani giunte sul petto e assolutamente immobili. Comprendiamo, così, che quell’equilibrio altro non è che l’attimo del passaggio, la soglia della morte e del mistero definitivo. E proprio lì, su quella porta socchiusa dell’aldilà, pare volerci trattenere quella candida figura, così giovane e bella, non fatta per morire.

Ma chi era questa donna? Nessuna indicazione sul sarcofago ci viene in aiuto, anche se, a quanto si sa, una scritta un tempo c’era. Gli studiosi, comunque, l’hanno concordemente identificata con la marchesina Ilaria del Carretto, seconda delle quattro mogli di Paolo Guinigi, sposata giovanissima nel 1403 e morta di parto soltanto due anni dopo, l’8 dicembre 1405; una fine che era sin troppo normale per le donne dell’epoca. Paolo, ricchissimo e incontrastato signore di Lucca per oltre trent’anni, le fu molto affezionato. E non esitò a chiamare subito un grande scultore come Jacopo della Quercia per realizzare un monumento funebre che ancor oggi desta la meraviglia di ogni visitatore. Fu probabilmente lui a volere quella figura di cane, accovacciata ai piedi di Ilaria, quale simbolo della fedeltà di sua moglie.

Jacopo ultimò il suo lavoro nel 1408. Eppure il sarcofago, molto probabilmente, non ospitò mai la salma di Ilaria che era stata intanto tumulata nella cappella dei Guinigi nella trecentesca chiesa di San Francesco. Solo pochi anni dopo, la fortuna di Paolo volse al termine e, tradito da Filippo Maria Visconti, venne fatto prigioniero e condotto a Pavia dove morì poco dopo. Come sempre accade, il popolo lucchese si accanì sulla memoria e sui beni del tiranno decaduto. Gli averi dei Guinigi vennero confiscati o distrutti. Non ebbe migliore sorte il monumento funebre di Ilaria del Carretto che venne smantellato (le lastre dei putti finirono a Firenze da dove sono tornate soltanto nel 1889) e spostato accanto alla porta della Sacrestia. Ma fortunatamente, colpiti da tanta bellezza, i lucchesi non osarono infierire oltre. Successivamente, il sepolcro venne spostato nel transetto sinistro del Duomo.

Pochissimi anni fa, infine, per consentire una migliore conservazione è stato collocato all’interno della Sacrestia che è stata trasformata in museo. Accanto, una Madonna col Bambino e Santi del Ghirlandaio veglia sul sonno di Ilaria. E la luce soffusa e discreta, accarezza il diaframma di candido marmo. Nell’attesa che un giorno, chissà, la fanciulla si risvegli e ci porga il filo del labirinto, la chiave del mistero.


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Commenti (0) | January 27, 2010

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