Montecristo: l’isola del tesoro


Montecristo è poco più di uno scoglio, piantato nel mezzo del mar Tirreno, ad una certa distanza dalle più celebri coste dell’Elba (43 km) e dell’Argentario (64 km). Un’isola selvaggia e disabitata, con 16 km di coste che, tranne una sola eccezione, sono assolutamente inaccessibili, culminante con una vetta alta ben 645 metri.

Eppure il suo minuscolo territorio è un concentrato di leggende e di storia davvero unico. Tanto che, nel corso dei secoli, molti sono stati i tentativi di ritrovare il favoloso tesoro che l’isola custodisce. Senza mai, peraltro, riuscirci. Ad eccezione, però, di quel celebre conte di Montecristo uscito dalla penna di Dumas: ma si tratta semplicemente di un romanzo.

Ma facciamo un volo all’indietro nel tempo, fino a giungere al V secolo d.C. Il glorioso impero romano d’Occidente era ormai solo un ricordo ed il Mediterraneo occidentale era teatro delle scorribande dei Vandali che avevano fondato un regno sulle coste dell’Africa. Non contenti, questi giunsero a saccheggiare la stessa Roma, si spinsero fino in Sardegna ed in Corsica ed occuparono la Sicilia. Tristemente famosi per la loro ferocia, si accanirono in particolar modo contro i cristiani. Il loro re, Genserico, fece arrestare, assieme a quattro compagni di fede, il vescovo di Palermo, Mamiliano, e lo fece condurre in Africa. Ma il Signore, mosso dalle preghiere dei cinque, fece loro miracolosamente trovare una barca con la quale riuscirono a fuggire. Dopo un lungo peregrinare fra la Sardegna e l’arcipelago toscano, sempre con il terrore di venire riacciuffati dai pirati e con il desiderio di condurre una vita di preghiera e di meditazione, giunsero finalmente in vista dell’isola di Montecristo.

Un’isola davvero selvaggia e inospitale sulla cui sommità, nell’antichità, era stato costruito un tempio dedicato a Giove. Ma che ora era assolutamente disabitata anche perchè abitata da un orrendo drago che, con le fiamme che emetteva dalla sua bocca, teneva lontano ogni visitatore. Mamiliano, per nulla intimorito e ben deciso a stabilirsi sull’isola, riuscì ad uccidere il mostro, lo bruciò e gettò i suoi resti nel mare. Dopo di che distrusse ogni ricordo di paganesimo, cambiando anche l’antico nome di Montegiove in Montecristo e si ritirò in eremitaggio in una grotta, oggi trasformata in cappella.

Negli anni seguenti, la fama di Mamiliano si diffuse ovunque nell’arcipelago, e molti isolani salivano sino alla grotta del santo eremita per una benedizione o per richiedere una grazia. Ad essi, Mamiliano, sentendosi ormai prossimo alla fine, aveva confidato che, quando avessero visto una nuvola bianca salire dall’isola verso il cielo, ciò sarebbe stato l’annuncio della sua morte. E così accadde. Al segnale, gli abitanti delle isole vicine corsero verso Montecristo, in una specie di gara, per raccogliere le spoglie del santo. Ma furono gli abitanti dell’isola del Giglio, aiutati anche dal miracolo scatenarsi di una tempesta, a vincere la sfida e ad avere l’onore di custodire le venerate reliquie. Eppure era destino che i resti di san Mamiliano non dovessero avere pace. Secoli dopo, per mettere al sicuro le preziose reliquie dalle scorribande dei pirati saraceni, esse furono trasportate dapprima a Gaeta, nel Lazio e poi, per interessamento di un sacerdote fiorentino, presero nuovamente il mare alla volta di Firenze. Ma la barca che doveva condurre il corpo di Mamiliano risalendo l’Arno, non riuscì, nonostante gli innumerevoli tentativi, ad oltrepassare la città di Pisa. Anzi, si fermò davanti alla chiesa di San Matteo e non si mosse più. Era chiaramente la volontà del santo che voleva essere definitivamente sepolto in quel luogo, e così si fece.

In realtà, un osso del braccio rimase all’Isola del Giglio, mentre un altro andò all’isola d’Elba, dove se ne persero le tracce.

In onore di Mamiliano, sull’isola di Montecristo venne costruito un monastero benedettino che ebbe grande potenza e ricchezza, tanto da avere giurisdizione su molti altri monasteri della Sardegna, della Corsica e della Toscana. Ma tutto ebbe termine nel 1553, quando i terribili pirati saraceni comandati dal crudele Dragut, che distrusse il monastero, massacrò gli abitanti dell’isola e fece prigionieri i monaci. Da allora, quasi nessuno più abitò l’isola. E cominciò la leggenda del favoloso tesoro, fatto soprattutto di calici, arredi sacri e preziosi, d’oro e di pietre preziose, che i frati dovevano aver nascosto e che Dragut non riuscì mai a trovare.

Tanto che alla sua ricerca si misero addirittura Cosimo I de’ Medici o il principe di Piombino, Alessandro Appiani e sua moglie Elisabetta. Ma senza alcun successo. Così come quei Corsi che nel ‘600 lavorarono per quindici giorni, secondo le indicazioni di un libro da loro ritrovato che diceva di scavare sotto l’altare. E come loro molti altri, con il solo risultato di rovinare quel che rimaneva del convento. L’unico che è riuscito a trovare il favoloso tesoro, per quel che se ne sa, è soltanto il leggendario Edmondo Dantès, il “conte di Montecristo”, di Alessandro Dumas.

Ma forse il vero tesoro è l’isola stessa, con la sua natura meravigliosa e incontaminata, gelosamente protetta all’interno del Parco naturale dell’Arcipelago toscano. Inavvicinabile come i suoi misteri.


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Commenti (0) | January 29, 2010

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