Il Giardino di Boboli a Firenze


Prendiamo una superficie di 45 mila mq, in uno degli scorci più affascinanti del mondo. E stipiamolo di meraviglie fino all’inverosimile: fontane, statue, obelischi venuti dall’Egitto, vasche provenienti dalle antiche terme di Roma, colonne, labirinti, grotte riccamente decorate, statue di ogni sorta ed epoca, anfiteatri; e poi palazzine ed ogni oggetto possibile di marmo, terracotta o granito. E ancora viottoloni affiancati da file di cipressi secolari, prati erbosi, siepi di bosso che si aprono lasciando intravedere vialetti pergolati o sequenze di platani o di lecci; oppure aiuole che compongono le limpide geometrie di riposti giardini “all’italiana” e che contrastano in maniera stridente con zone dove la macchia boscosa cresce spontanea. E ancora, orti botanici, giardini di camelie di rose, serre che accolgono aranci e limoni o essenze esotiche. Per non parlare, poi, dei diversi musei che, con le loro raccolte, vengono ospitati negli edifici adiacenti, come il museo delle Porcellane, quello delle carrozze, oppure le favolose collezioni di Palazzo Pitti con gli innumerevoli capolavori pittorici, gli argenti, gli appartamenti monumentali e riccamente decorati.

Davvero uno scrigno di infinite meraviglie, il giardino di Boboli, che occupa lo spazio compreso fra le superfici a bugnato di palazzo Pitti, appunto, e, in alto, quelle più severe di Forte Belvedere e delle mura trecentesche poste a difesa della città. Tanto da venire definito, ben a ragione, uno dei più bei giardini al modo; nonché l’esempio più alto dell’arte rinascimentale ed italiana del giardinaggio.

Strettissimo, fin dalle sue origini è il rapporto del parco con il sottostante e grandioso palazzo che, a dispetto del nome, non venne poi granché utilizzato dalla famiglia dei Pitti. Ma bisogna fare un passo indietro, fino a giungere a quel sec. XV che fu un periodo di grande splendore per Firenze, ma anche di acerrime rivalità fra le più importanti casate per il controllo della città. E ciascuno sa, quanto il sentimento dell’odio possa far breccia nell’animo dei toscani, naturalmente portati alla guerra per la difesa del proprio campanile. E Luca Pitti, non era certamente da meno nel coltivare la sua inimicizia nei confronti di Cosimo il Vecchio de’ Medici. Cosimo aveva un palazzo sontuoso e imponente, costruito addirittura da Michelozzo, a pochi passi da San Lorenzo. Ebbene, lui ne avrebbe fatto edificare un altro così grande che le finestre sarebbero state in grado di contenere le porte del palazzo dei Medici. Ed affidò l’incarico della sua costruzione al più celebre architetto dell’epoca, a Filippo Brunelleschi che, in quegli anni era impegnato nell’impresa dell’edificazione dell’immensa ed ardita cupola ogivale del Duomo. Il quale, tuttavia, appena terminato il progetto, passò a miglior vita. Luca Pitti non si perse d’animo e affidò la realizzazione del palazzo ad un altro architetto, Luca Fancelli che iniziò i lavori nel 1457.

Ma la malasorte si accanì con il Pitti che, anche per l’impegno finanziario della costruzione del sontuoso palazzo, rimase senza risorse e dovette interrompere la costruzione nel 1470. Per ironia della sorte, gli eredi di Luca pensarono bene di disfarsi dello scomodo palazzo, per giunta incompiuto e lo cedettero nel 1549 agli antichi nemici di un tempo, i Medici, per il tramite di Eleonora Alvarez di Toledo, moglie di Cosimo I, granduca di Toscana. I lavori furono presto ripresi da Bartolomeo Ammanati che realizzzò anche il monumentale cortile. Fu allora che nacque l’idea di realizzare un grande giardino che occupasse lo spazio posteriore fino a porta Romana. Si pensò subito al Tribolo (al secolo, Niccolò Pericoli) che aveva già lavorato ai giardini delle altre ville medicee, il quale si mise subito al lavoro. Ma, dopo aver impostato il progetto, morì l’anno seguente, a soli cinquant’anni. Realizzare un giardino di tali dimensioni non era impresa davvero semplice e breve. Ed al Tribolo succedettero lo stesso Ammanati, il Buontalenti nel 1583 e poi, agli inizi del Seicento, Alfonso Parigi il Giovane.

Doveva essere comunque pronto nel 1608, anno nel quale l’anfiteatro di spalle a palazzo Pitti (anch’esso ancora in costruzione) fece da scenografia alle splendide nozze di Cosimo II con Maria Maddalena d’Austria. Da allora, fra le aiuole di Boboli è passata una parte importante cospicua della storia d’Italia, soprattutto negli anni dal 1865 al 1871, quando Firenze divenne capitale d’Italia e palazzo Pitti fu la residenza di re Vittorio Emanuele II. Il quale, poi, donò il palazzo e il bellissimo giardino allo stato ed al popolo italiano.

In realtà, i lavori per il parco non si erano mai interrotti. Nel 1612 venne realizzato il grande viottolone dei cipressi e il grande anfiteatro venne trasformato nella struttura in muratura e statue che ancor oggi si vede. Nel Settecento, il granduca Pietro Leopoldo, fece costruire la limonaia, la palazzina della Meridiana e l’elegante edificio del Kaffeehaus, in ossequio alle mode imperanti in Europa, per la degustazione del caffé all’aperto. Ancora nell’Ottocento veniva realizzato, con il sacrificio purtroppo dei labirinti, il viale di accesso per le carrozze.

Oggi il giardino appare orientato secondo due diversi assi. Quello cinquecentesco che sale verso l’alto, attraversando l’Anfiteatro, fino alla Vasca del Forcone per giungere alla colossale statua dell’Abbondanza realizzata dal Giambologna e, subito dopo, sul bastione realizzato da Michelangelo sulle mura, al piccolo giardino del Cavaliere. Un’altro asse, rappresentato dal viottolone dei cipressi, attraversa nella sua lunghezza la parte seicentesca di Boboli, fino alla grande vasca dell’Isola, che al suo interno ospita addirittura un piccolo giardino di limoni e rose e la fontana dell’Oceano, anch’essa del Giambologna; e subito dietro il “Prato delle colonne”. Già percorrere questi due assi, per perdersi magari nei tanti viottoli laterali e segreti, rappresenta un tale avvicendarsi di emozioni da sconvolgere qualsiasi amante dell’arte e del giardinaggio.

Ma, a Boboli, le sorprese non hanno davvero fine. Basta scendere sul vialone che costeggia palazzo Pitti verso l’uscita laterale che conduce all’ampia piazza, mentre dinnanzi agli occhi si profilano le sagome inconfondibili di Palazzo Vecchio, del Duomo, della Badia, e dei tetti di Firenze che, fra statue romane e mille particolari, ci sorride l’insolita e bizzarra figura di un nano che cavalca una tartaruga. La marmorea statua è nota come “Bacchino”, ma, in realtà, il dio del vino e dell’ebbrezza non centra davvero nulla. La figura rappresentata è, invece, quella di Pietro o Dino Barbino, giullare di Cosimo I de’ Medici, che il suo padrone, sinceramente rattristato per la sua morte, volle così ricordare. Ma, solo poco più in là, dietro gli alberi, ecco apparire la vera perla di Boboli, uno dei luoghi più affascinanti di tutta Firenze, la Grotta grande che doveva meravigliare i visitatori di casa Medici. Realizzata nel Cinquecento dal Vasari e soprattutto dal Buontalenti, è un insieme di tre vani in penombra con le pareti ricoperte di stucchi, conchiglie, spugne, mosaici e statue mitologiche (opera anche di Michelangelo), mentre giochi d’acqua incrementano il senso di mistero.

Difficile davvero uscire alla luce a rivedere i marmi che brillano al sole, inebriarsi dell’aroma delle piante aromatiche e delle infinite essenze che riempiono del loro profumo l’aria, magari accarezzare uno dei tanti gatti che qui sono di casa. Ancor più difficoltoso abbandonare il giardino per ritrovarsi a camminare per le vie trafficate del centro cittadino. Ma impossibile, davvero, togliersi dalla memoria e dal cuore questo luogo di meraviglie ed il desiderio di ritornare.


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Commenti (0) | January 28, 2010

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