Pieve di Socana: l’infinito a due passi dall’Arno


Siamo nel verde Casentino, appena sopra Arezzo, quando i piccoli borghi che si stringono attorno ad un Arno ancora giovane, lasciano il posto alle grandi foreste del Pratomagno. Una terra antica, disseminata di castelli, ma anche di monasteri e di chiese. Una specie di vocazione, si potrebbe dire, quella di questa zona, un luogo talmente impregnato di sacro che lo stesso Francesco dovette venire fin quassù, fra le rocce della Verna, per farsi imprimere nelle carni quelle stimmate, i segni della Passione che ne fecero un altro Cristo. Una vocazione che però, risale a molto prima dell’arrivo dei primi missionari cristiani, come viene testimoniato dai ritrovamenti archeologici. Tanto antica da precedere la venuta stessa dei romani. Anche gli etruschi consideravano questa valle talmente sacra che da città anche molto lontane i pellegrini giungevano fin quassù per pregare divinità delle quali si è perso ormai il ricordo. Ed a ringraziare, magari, gli dei per le grazie ricevute come capitava in quella autentica Lourdes dell’antichità che era l’area del “laghetto degli idoli” nei pressi delle sorgenti dell’Arno, dove sono state ritrovate migliaia di statuette votive.

Non ci si deve, però, lasciar trarre in inganno. Quella che oggi è una vallata abbastanza tranquilla e isolata, era allora una via di transito di grande importanza che collegava la Pianura Padana con le ricche città dell’Etruria.

Anche quel pugno di case isolato nella campagna serrato attorno all’antica pieve che è Socana, nella profondità dei tempi era un centro, in epoca etrusca, di grande importanza.
L’antica Sacni possedeva un tempio di notevole grandezza, del quale si sono di recente riscoperti i resti. Dell’antico edificio sacro (lungo quaranta metri e largo diciotto), sulle cui strutture è sorta poi l’attuale, splendida, pieve romanica, non è rimasto davvero granché di visibile. Solo la scalinata d’ingresso, in tufo, sopravvive. Davvero è difficile pensare che qui, sull’Appennino toscano, sorgesse un tempo un grande edificio, simile ai famosi templi greci o classici, con le loro splendide colonne; anche se la struttura, in questo caso, doveva essere di legno.

Ma ciò che ancora impressiona (e che costituisce un reperto davvero unico nel suo genere) è il grande altare sacrificale rettangolare in pietra, lungo cinque metri e largo quasi quattro che è stato portato alla luce appena fuori dell’abside della chiesa attuale. E che vi si facessero sacrifici, è testimoniato dalle ossa di cinghiali, di capretti, di agnelli e di altri animali che vi si sono stati trovati. Tutto il materiale scoperto dagli archeologi, le ceramiche, gli elementi del tempio e altri oggetti sono conservati nel Museo Archeologico di Arezzo.

Dinnanzi all’antico altare pagano si staglia la sagoma della bellissima pieve romanica che venne costruita sopra i resti di un edificio altomedievale distrutto da un incendio prima dell’anno Mille. Un ambiente di grande fascino nell’essenzialità e semplicità delle sue strutture. Nella penombra, pochi elementi rimandano ad un antico passato, i fregi delle colonne, gli archi che dividono il buio ambiente in tre navate, i basamenti di colonne scomparse, il fonte battesimale cinquecentesco. Mille anni di storia scolpiti nella pietra e che si appoggiano su un passato più antico di oltre altre mille anni. E che la semplicissima facciata cinquecentesca fa a malapena immaginare.

La testimonianza di una fede che ha reso sacro questo luogo, praticamente da sempre, nonostante l’accavallarsi delle religioni e dei sacerdoti.
Basta recarsi dietro l’abside, davanti all’ara sacrificale e osservare le stratificazioni del tempo nel muro absidale della chiesa, orientata in senso opposto rispetto all’antico tempio etrusco e romano.

Un luogo dove il mistero domina. Così come lo strano ed inquietante campanile dalla base cilindrica edificata ben prima della venuta di Cristo (II sec. a.C.). Mentre la parte superiore, dell’VIII sec. d.C. diventa esagonale. Anche la torre campanaria diviene così un simbolo che raccoglie fedi diverse, a pochi passi dall’Arno. Un ponte lanciato nel corso dei secoli verso l’infinito. Quasi un dito teso ad indicare Dio.


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Commenti (0) | February 5, 2010

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