Vallombrosa, il monastero e la foresta: il verde seggio di Dio


Chi ha avuto occasione di visitarla, lo sa bene. L’Italia Centrale è un’area dove la presenza di Dio e palpabile in ogni angolo. Non per nulla qui sono vissuti e hanno operato i padri del monachesimo e della fede per secoli e secoli: San Benedetto, San Romualdo, San Francesco, solo per citarne alcuni. Sulle aspre pendici di queste montagne si sono rifugiati gli eremiti alla ricerca di luoghi in cui condurre la loro vita solitaria. E qui giunsero i monaci dall’Oriente e dall’Irlanda, come il grande Colombano alla fine della sua esistenza terrena. Potremmo quasi affermare che ogni angolo di questa terra abbia potuto assistere al dialogo di qualche santo personaggio e il divino.

Ci sono, tuttavia, dei luoghi che, più che altri, rappresentano degli autentici “ponti” fra il nostro mondo e l’infinito. Vallombrosa è senz’altro uno di questi. Lo percepisce chiaramente il visitatore che, proveniente da Firenze, si inerpica lungo le pendici del Pratomagno, fra le foreste che diventano sempre più fitte e verdeggianti. Mentre ai lati della strada si intravedono presenze discrete, una cappella, una colonna sormontata da una croce e ricoperta dal muschio che sembrano volerlo accompagnare lungo il cammino. Per poi giungere dopo un’ultima curva, ad un rettilineo in salita, al termine del quale appare, come una rivelazione splendida e inaspettata, la facciata illuminata dal sole della millenaria abbazia. Una facciata che però più che accogliere il visitatore, pare quasi incutere timore e rispetto, con la sua grande e candida superficie nella quale risalta il grigio geometrico delle lunghe file di finestre in pietra serena, come vuole la tradizione fiorentina. Quasi a volerci ricordare che ci troviamo al cospetto di un luogo sacro che la regola benedettina voleva chiuso ai pericoli del mondo esterno, un autentico baluardo eretto a difesa della fede. Una sensazione che trova un ‘altra apparente conferma se solo volgiamo il nostro sguardo al lato destro della grande costruzione, dove si eleva, maestosa, la torre quattrocentesca, degna senz’altro più di un castello fortificato che di un luogo di preghiera.

Siamo immersi nel verde dell’immensa foresta che da qui ricopre tutto il Casentino fino ad inoltrarsi nella Romagna e nelle Marche. Ed è davvero difficile credere che questo luogo, ormai isolatissimo, sia stato un tempo uno dei più potenti centri monastici del Medioevo e, per di più, uno dei fulcri della storia europea del sec. XI.

Fondato tra il 1037 ed il 1038 da Giovanni Gualberto, nobile fiorentino che si era rifugiato da queste parti per condurvi vita eremitica, profondamente deluso com’era dalla società religiosa del suo tempo, questo monastero si trovò ben presto a capo di una potente congregazione con dipendenze sparse un po’ dovunque. E sarà proprio Vallombrosa uno dei capisaldi del tentativo di riforma della Chiesa appoggiato dal grande pontefice Gregorio VII. Così come il suo sostegno sarà fondamentale al papato nella lotta che lo contrapporrà violentemente all’Impero e che per quasi cinquant’anni (1075-1122) lacererà l’intera Cristianità. A quell’epoca, quassù salivano gli uomini più potenti del tempo. Dallo stesso cammino scendevano a valle i monaci, armati solo della loro fede, simili a patriarchi biblici, per accusare pubblicamente i vescovi, all’epoca i signori delle città, di aver
comprato con il denaro la loro carica. Oppure di vivere scandalosamente con le loro mogli. E per provare le loro accuse non esitavano ad affrontare la “prova del fuoco”, camminando scalzi sui carboni ardenti.

Altri tempi, senz’altro, ma il cui fragore è percepibile ancora oggi fra le spesse mura di questo luogo sacro. La storia, però, segue il suo corso inesorabile. Ed anche l’abbazia di Vallombrosa ed il suo ordine, pur un tempo così ricco e potente, subirono un lungo periodo di decadenza fino alla soppressione del 1810 e 1866. Dal 1961, dopo un periodo di abbandono, il complesso è tornato ad essere abitato dai monaci.

Lo stesso edificio testimonia della sua storia tormentata, fra ampliamenti e il generale rifacimento seicentesco seguito ad una serie di incendi. La chiesa, splendidamente affrescata, conserva, pur nelle modifiche successive, la struttura del sec. XIII. Anche gli ambienti del monastero mantengono l’antico fascino, come la cucina, il refettorio, la biblioteca, i chiostri.

Ciò che contribuisce al fascino di questo luogo è, comunque, la profonda compenetrazione di storia, natura e paesaggio, motivo di ispirazione per grandi scrittori del passato, come Ariosto, Milton, Lamartine.

Anche la splendida foresta, una delle più belle di tutta la penisola, è il frutto del plurisecolare lavoro dei monaci benedettini e testimonia del loro grande rispetto per la natura, manifestazione dell’amore di Dio. Attraversando lussureggianti boschi di abeti, faggi, castagni, pini, addirittura alberi esotici come le douglasie che sono le più alte piante attualmente viventi in Italia, è facile imbattersi in cappelle e tabernacoli vecchi di secoli e recentemente restaurati. Fra i vari percorsi tracciati dai monaci va segnalato quello che dal monastero conduce, tramite una scalinata interrotta da una cascata e da una serie di cappelle al “Paradisino”, che era il luogo ove anticamente si ritiravano in eremitaggio i frati più desiderosi di solitudine. Da qui si può godere di un colpo d’occhio indimenticabile sul complesso abbaziale e sulla foresta.

Per poi proseguire, magari, nel reticolo di strade o sentieri che percorrono la splendida natura del Pratomagno, fra suggestioni che si rinnovano continuamente. Oppure per scendere poco più in basso a visitare le tante chiese romaniche che si ergono isolate nel mare verdeggiante degli ulivi.


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Commenti (0) | January 28, 2010

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