Le Ore di Passignano


A chi, dopo la lunga salita che da Greve e dal medievale borgo di Montefioralle, si ferma un attimo in vetta alla collina a riprendere fiato e ad ammirare lo splendido panorama che si apre ai suoi piedi, quello della Valdelsa e dello spazio infinito fatto di dolci colline, appare, in basso, un’isola lontana. Un isola fatta di cipressi verdissimi, appiccicati uno all’altro, con un campanile che svetta alto nel mezzo quasi come l’albero di una nave che risalta fra i campi ed i vigneti, circondata da un muro di pietre.

Davvero, la Badia di Passignano, fu un’isola di fede in mezzo ad un territorio che è stato lungamente ed aspramente conteso fra Firenze e Siena; ed è stata essa stessa teatro di fatti sanguinosi. Tanto che, avvicinandosi, osservando più da vicino le strutture del complesso, restiamo colpiti, impressionati dalle strutture difensive, dalle torri, dalle merlature regolari che sovrastano tutte le possenti mura e dalle quali ci si può aspettarsi di veder far capolino la figura inquietante di un arciere, piuttosto che quella di un monaco barbuto. Lo stesso campanile che affianca la splendida ma dimessa chiesa romanica ha la sommità merlata, mentre i grandi orologi, appena poco sotto, paiono scandire un tempo che, qui, in questo splendido deserto verde che sa prepotentemente di un lontano medioevo, pare non avere senso.

Eppure Passignano fu davvero un luogo di fede, addirittura un crocevia della storia della Chiesa, al tempo (nel secolo XI) in cui papato ed impero si affrontavano in una lotta per il predominio del mondo cristiano. Chi conosce la storia di quegli anni, non si meraviglia affatto di questa commistione fra religione e lotta anche politica e militare. Erano tempi in cui, nel nome dei propri ideali non si evitava lo scontro aperto. Ed anche i monaci benedettini, simili a patriarchi biblici, abbandonavano i loro eremi sperduti sulle montagne per scendere nelle grandi città a sobillare le popolazioni contro i vescovi e le loro mogli, accusandoli apertamente di simonia e di indegnità. Fatti non da poco se si considera che gli alti prelati erano spesso, all’epoca, i veri signori di città come Firenze o Milano, possedevano propri eserciti ed appoggiavano volentieri l’imperatore contro il papato. Ed a Firenze, i monaci giunsero addirittura a richiedere il giudizio di Dio contro il vescovo Pietro Mezzabarba, accusandolo dinnanzi al popolo di aver comprato la sua carica con un forte esborso di denaro. Fu così che la mattina del 13 febbraio 1068, un monaco, con la croce in mano e fra le preghiere dei fedeli, attraversò indenne le fiamme per provare le colpevolezza del vescovo.

L’artefice di questo movimento era Giovanni Gualberto, un nobile fiorentino che, dopo aver indossato l’abito di San Benedetto si era rifugiato nelle aspre solitudini boscose di Vallombrosa nelle montagne fra Firenze ed Arezzo, per condurre vita eremitica. Lì, verso il 1037, aveva fondato un monastero che sarebbe diventato un punto di riferimento fondamentale per la storia ecclesiastica di quegli anni. E che fu al centro di un movimento di riforma monastica, quello vallombrosano, che abbraccerà molti altri monasteri. Uno di questi, fra i più importanti in assoluto sarà, appunto, quello di Passignano che diventerà una delle residenze preferite di Giovanni Gualberto, uno dei punti nevralgici della sua crociata. Il complesso monastico esisteva già ai tempi di Gualberto, probabilmente risalente al sec VIII, ma la sua posizione strategica era molto importante. Qui, nel 1058 Giovanni Gualberto incontrerà papa Leone IX. E qui, nel luogo scelto per la sua sepoltura, il santo morirà nel 1073, pochissimo tempo dopo l’elezione al soglio pontificio di papa Gregorio VII, che, convinto ammiratore di Giovanni Gualberto, raccoglierà la sua eredità nell’ambito della riforma della chiesa dando inizio al periodo di battaglie contro l’impero noto come lotta per le investiture.

Di tanto rumore, ormai non resta più traccia se non l’aspetto altero e possente di queste mura in nuda pietra, avvolte solo dal vento che soffia dolcemente dai pendii delle colline e reca con sé l’aroma fragrante di questa magica terra.
Eppure il complesso monastico ha avuto una storia tormentata, con distruzioni e rifacimenti, fino a quando, con le soppressioni napoleoniche i monaci sono stati cacciati e gli edifici sono stati venduti a privati. Ciò in particolare dopo il 1870, quando il castello venne adattato a villa, con il suo giardino e tanti rifacimenti “in stile”, come si usava al tempo. Dal 1986 i monaci vallombrosani sono tornati ad abitare l’antico monastero e a vegliare le spoglie del fondatore dell’ordine che riposa in una cappella della chiesa intitolata a San Michele Arcangelo. Che custodisce autentici tesori, dagli scranni in legno del coro decorati con i versetti dei salmi 134 e 150 in greco ed in ebraico agli affreschi del Passignano (così detto perchè nato proprio nelle vicinanze), dell’Allori e di innumerevoli altri artisti; alla duecentesca statua di San Michele Arcangelo che uccide il drago. L’edificio monastico, attiguo alla chiesa, nonostante la sua storia sofferta, mantiene sostanzialmente immutato il suo aspetto quattrocentesco, con l’antico refettorio dei monaci decorato dalla splendida “Ultima cena” del Ghirlandaio e da affreschi di Bernardo di Stefano Rosselli; il chiostro con lo splendido loggiato e la sala del Capitolo, riccamente affrescati; la cucina che conserva il suo impianto originario medievale con l’altissima cappa del camino che poggia su colonnine di pietra; il raffinato ingresso quattrocentesco.

Tutto rimanda ad una passata grandezza. Ma gli affreschi, gli archi rinascimentali, i dipinti, appartengono ad un’epoca successiva a quella eroica di Giovanni Gualberto e dei suoi seguaci: a tempi cui questo era un luogo e di fede, nel mezzo di un mondo ostile e corrotto, di vescovi indegni e nobili prepotenti. Una nave fatta di preghiera e di silenzio. Di sussurri che oggi possiamo ancora percepire, in questa splendida solitudine, nel vento che scende lieve dalle colline.


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Commenti (0) | January 28, 2010

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