Salone dei Cinquecento – il Genio di Leonardo


Fra il 1503 e il 1505, dunque esattamente cinquecento anni fa,
si verificò a Firenze uno dei fatti più importanti per la storia
dell’arte occidentale. Firenze era appena uscita da un decennio
di grandi tumulti: alla morte di Lorenzo de’ Medici, il “Magnifico”,
avvenuta nel 1492 (lo stesso anno in cui Cristoforo Colombo approdava
sulle coste del centro America), era seguita la breve ma intensa
vicenda di frate Girolamo Savonarola: fautore di un governo retto
da un austero rigore religioso e morale, il suo progetto si scontrò
presto con i ceti più potenti della città toscana. Così presto
che nel 1494 il severo e inflessibile frate domenicano cadde vittima
di una congiura politica che lo condannò al rogo.

Nel 1504, quindi, Firenze era formalmente ancora una Repubblica
che tentava con ogni mezzo di tenere a distanza la potenza accentratrice
della famiglia Medici, da qualche anno costretta in esilio fuori
dai confini della Toscana. Fu in questo frangente che alcune fra
le più famose opere d’arte della storia occidentale furono commissionate
e realizzate. Stiamo parlando di opere come la “Giuditta” di Donatello
o il “David” di Michelangelo, tanto per dirne un paio… Installare
queste e altre sculture in Piazza
della Signoria
, da sempre sede del governo cittadino, significava
dare avvio a un imponente programma di propaganda politica di
stampo repubblicano.

Tuttavia, com’è intuibile, non solo la scultura ma anche la pittura
assolveva alla stessa funzione, e qui veniamo al dunque. Nel 1503,
la Repubblica fiorentina sentì l’esigenza di celebrare le proprie
vittorie militari del secolo precedente attraverso la realizzazione
di due immensi affreschi che avrebbero decorato le pareti del
Salone
dei Cinquecento in Palazzo Vecchio
, sede del parlamento cittadino.
Benché il mercato offrisse numerosi ottimi pittori, si decise
di affidare l’incarico al meglio del meglio, a due autentici fuoriclasse
del pennello (e non solo): Michelangelo, appena ventottenne ma
già celebre scultore e pittore, e Leonardo da Vinci, genio cinquantunenne
capace di sbalordire in qualsiasi ambito dello scibile umano.
Ai due fu offerto un contratto di 20.000 fiorini d’oro a testa
(una villetta indipendente costava allora circa 200 fiorini) per
la realizzazione di altrettanti affreschi: la “Battaglia di Cascina”
a Michelangelo (una battaglia vinta dall’esercito fiorentino contro
Pisa nel 1364) e la “Battaglia di Anghiari” a Leonardo (decisiva
vittoria di Firenze e i suoi alleati pontifici sulle truppe milanesi
combattuta ai confini della Toscana orientale nel 1440).

Va precisato che, nonostante la somma da capogiro, nessuno dei
due portò a termine il lavoro: un paio d’anni più tardi troveremo
Michelangelo a Roma, nervoso e impaziente sulle impalcature della
Cappella Sistina, mentre Leonardo tornerà ancora a Milano, dove
sarà punto di riferimento per tutti gli artisti, ingegneri, teorici
del nord Italia. Tornando agli anni fiorentini, mentre Michelangelo
aveva realizzato soltanto un cartone preparatorio della sua opera,
Leonardo era andato più avanti nel lavoro, dipingendo la scena
centrale del suo immenso affresco nella parete est del Salone.
Questa che vedete è una copia
realizzata da P.P. Rubens
circa 50 anni dopo. L’originale
di Leonardo, deterioratosi rapidamente per l’uso dell’olio come
collante andò presto perduto e fu coperto da altri affreschi.
Si trattava dello scontro in campo aperto fra quattro personaggi
a cavallo: raffigurati quasi di spalle sulla destra sono i due
capi militari fiorentino e pontificio, mentre gli altri due, con
i volti visibili per intero, sono i condottieri dell’esercito
milanese. Più in basso, quasi calpestati dal vortice dei cavalli
avvinghiati nello scontro, si trovano altri soldati in un groviglio
confuso.

Sul significato dell’affresco, che finché fu visibile venne celebrato
e copiato da tutti gli artisti che giungevano a Firenze, sono
state avanzate numerose interpretazioni. E’ chiaro infatti che
Leonardo non avesse voluto rappresentare solo una battaglia, ma,
come è stato suggerito, la battaglia fra due modi diversi di concepire
un’azione militare: in effetti, i due condottieri milanesi hanno
attributi (elmo con corna, corazza di pelle e medaglione sul petto
a forma di testa d’ariete, elsa della spada a forma di zampa di
leone, espressione terribile e violenta dei volti) che alludono
a qualcos’altro: i militari milanesi sono rappresentati con gli
attributi che gli antichi Greci e Romani riservavano al Dio Marte,
signore della Guerra ma divinità negativa, guidata dall’ira, dall’impeto
distruttivo, dalla violenza cieca.

Leonardo, insomma, rispettando un preciso programma propagandistico
fiorentino, utilizza un repertorio d’immagini e di simboli per
sottolineare l’irrazionale smania conquistatrice milanese. Esaltando,
per contrasto, la virtù militare fiorentina nella legittima difesa
dei propri confini territoriali.

Eppure, a mio avviso, c’è qualcos’altro da aggiungere. Guardando
quest’opera, non si può fare a meno di pensare a ciò che Leonardo
stesso, ingegnere militare oltre che pittore, ha scritto a proposito
della guerra: “La guerra è una pazzia bestialissima”. Al di là
della propaganda politica che inquadra in modo apparentemente
diverso fiorentini e milanesi, si nota nei volti di tutti e quattro
i personaggi (sia nei “buoni” che nei “cattivi”) la stessa fredda
espressione di cieca violenza distruttiva. La stessa furia è espressa
nei corpi e nei musi dei cavalli avvinghiati, con i quali i cavalieri
sono fusi in un’inquietante simbiosi per il fatto di non avere
né staffe, né redini, né sella. Cavallo e cavaliere sono una cosa
sola, espressione di una bestialità incontrollata. Ma la guerra
e la violenza, precisa Leonardo, non è solo “bestiale”, è più
che bestiale: è “bestialissima”. Così infatti appaiono gli uomini
a terra: nel groviglio inestricabile dei loro corpi, quei soldati
sembrano aver perso qualsiasi razionalità; si dimenano miseramente
sul suolo polveroso, senza più alcuna dignità, finendo per essere
perfino calpestati, senza pietà, dalle bestie che li sovrastano
(da un altro
disegno di Leonardo
).

Così, pur rispettando il soggetto imposto dai suoi committenti,
che infatti ne lodarono all’infinito l’opera anche se non terminata,
Leonardo seppe fondere in essa il suo pensiero, i moti profondi
del suo spirito, le contraddizioni che egli, ingegnere militare
e artista alla continua ricerca del Bello, evidentemente avvertiva
e viveva. Ecco
il genio
.

Commenti (0) | February 5, 2010

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