Torello da Poppi: ‘Balla coi lupi’ in Casentino


Torello da Poppi: 'Balla coi lupi' in CasentinoUn uomo di santa, anzi santissima vita che si rifugia a vivere nella più aspra solitudine e che riesce miracolosamente a rendere mansueto ed innocuo un ferocissimo lupo che fino ad allora divorava con terribile regolarità i poveri abitanti del paese. No, non si tratta della celebre vicenda di Francesco d’Assisi e della belva di Gubbio, in Umbria. La storia che vi raccontiamo è quella di un eremita toscano di nome Torello, ed il borgo è quello di Poppi, nel verde Casentino. Ma procediamo per gradi.

Secondo quanto narrano i suoi biografi, Torello nacque a Poppi verso il 1202 da famiglia povera, forse di esuli ferraresi. Rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, venne allevato da parenti della sua famiglia, altrettanto miseri. Forse anche tutte queste tristi vicende fecero sì che il giovane Torello prendesse la strada del vizio e passasse le sue giornate dedito all’ozio, ai furti, alle risse, alle cattive compagnie, alle donne di facili costumi.

Ed un giorno, quando non aveva ancora vent’anni, se ne stava come al solito, all’ombra di un albero a giocare a dadi con i suoi compagni. Quando un gallo che si trovava appollaiato nei pressi spiccò d’un tratto il volo per andare a posarsi sulla sua spalla ed emettere tre sonori “chicchirichì”. I suoi amici risero, ma quei tre gridi assordanti, senz’altro opera di Dio, parvero a Torello come un ordine perentorio: “Svegliati dal torpore della tua anima”.

E lui non ci pensò due volte: gettò per terra i suoi dadi e si recò immediatamente nella vicina abbazia di San Fedele dove chiese di potersi confessare e di vestire l’abito monastico. Per meglio espiare i suoi peccati, volle ritirarsi in una zona selvaggia nota come Avellaneto, a circa un miglio da Poppi.

Qui visse per tutto il resto della sua vita, circa sessant’anni, conducendo un’esistenza fatta di preghiera e di grandi privazioni. Quando mangiava, si cibava di pane ed acqua. Dormiva solo tre ore per notte sulla nuda terra oppure appoggiando la testa su di un duro masso e il corpo su di un materasso fatto di rovi spinosi. Non parendogli ancora abbastanza, giungeva a strapparsi la barba e i capelli per resistere alle tentazioni. E per abito aveva un specie di sacco fatto con pelle di un maiale, realizzato in maniera tale che le setole fossero rivolte all’interno per provocargli dolore ad ogni movimento del corpo.

Mentre Torello era tutto preso a guadagnarsi il Paradiso, gli abitanti di Poppi e dei dintorni erano terrorizzati da un branco di lupi, guidati da una belva tale che, per la sua abitudine di pascersi della carne dei poveri cristiani, era noto come “Lupo Humanino” o “Manino”. Capitò un giorno che una povera contadina di Poppi scese, come s’usava, al fiume per lavare i panni portandosi dietro il suo unico figliolo di tre anni.

Sennonché, il feroce lupo Manino, che era in agguato, prese fra le sue fauci il bambino e scappò via. La disgraziata madre lanciò un grido disperato e si mise ad inseguire la belva, senza speranza ormai di poter rivedere vivo suo figlio (sì sapeva che nessun essere umano gli era mai sopravvissuto), ma soltanto per poter seguire la sua unica creatura nel ventre del lupo.

Ma il lupo Manino era ormai ben addentro alla selva e già stava pregustando il suo tenero pasto, quando si imbatté nel nostro eremita Torello. Il quale, senza dimostrare alcun timore, gli ordinò di posare per terra il bambino e di rinunciare a mangiarselo. Miracolosamente, la belva divenne docile come un cagnolino, obbedì subito al comando del sant’uomo e se ne ritornò, mogio mogio, nel profondo della foresta. Dopo un po’ giunse la madre ed è facile immaginare quale fu la sua gioia nel ritrovare sano e salvo il figlio che credeva morto in maniera così atroce. E per di più senza alcun segno nelle sue carni delle zanne del lupo. Torello le fece promettere di non rivelare a nessuno quanto era successo. Ma la donna, in preda alla gioia incontenibile, non poté resistere e raccontò a tutto il paese il miracolo dell’eremita. Che si trovò assediato da folle di persone che giungevano anche da molto lontano per chiedergli, come sempre accade, qualche grazia o guarigione miracolosa. Ma senza modificare in nessun modo lo stile di vita di Torello.

Gli stessi signori di Poppi, i fieri conti Guidi, campioni del ghibellinismo, rimasero colpiti dalla vicenda e inviarono un paniere pieno di carne ed ogni sorta di cibo all’eremita. Che, stranamente, accettò ben volentieri questo dono, ripose tutto quel ben di Dio all’interno della sua angusta cella e rese il paniere vuoto allo scudiero che glielo aveva portato. Il quale gli chiese come avrebbe fatto a mangiare tutto quanto. Torello gli rispose che gli avrebbe dato una mano un amico che sarebbe venuto a trovarlo una volta calate le tenebre e che era meglio per lui andarsene via. Inutile dire che lo scudiero, mosso da viva curiosità, si nascose nei pressi e attese che calasse il buio. E grande fu la sua sorpresa nel vedere arrivare nientemeno che il terribile lupo Manino che si mise a raschiare alla porta della cella e quando l’eremita gli aprì la porta, entrare e fargli ogni sorta di festa. E mangiare tutto il cibo che gli aveva portato.

Secondo alcuni racconti, pare che fra Torello ed il lupo ci fosse addirittura un accordo solenne: i Manino e i suoi compagni non avrebbero dovuto mangiare carne umana almeno fin dove arrivasse il suono della campana della Badia di Poppi. Patto che gli animali seguirono sempre con grande correttezza, sfogando i loro istinti assassini da altre parti. Un giorno assalirono un gruppo di contadini che erano intenti a mietere il grano nei pressi di Lucignano, fra i quali vi erano quattro abitanti di Poppi. Ed incredibilmente, mentre i lupi non si fecero scrupolo alcuno ad azzannare gli altri, non toccarono minimamente il gruppo di compaesani di Torello, che anzi leccarono festosamente.

Quella di Torello fu, in definitiva una lunga e santa vita, costellata di miracoli. Ormai ottantenne, ritornò all’abbazia che aveva visto la sua conversione per chiedere i sacramenti. E se ne ritornò alla sua celletta nei boschi. Di lì a poco tutte le campane di Poppi si misero a suonare senza intervento umano. Gli abitanti compresero che l’eremita era salito al cielo a ricevere il suo premio. Era il 16 marzo del 1282. Il corpo di Torello venne solennemente sepolto nella “sua” abbazia di San Fedele dove, anche da morto, continuò a compiere miracoli. Per lungo tempo, la sua figura è stata oggetto di contesa fra frati francescani e monaci vallombrosani. Una questione che non è mai stata risolta. Torello è stato fatto beato da Benedetto XIV, nel ‘700. Ma, ancor oggi, è in attesa di definitiva santificazione. Ma ciò nonostante, gli abitanti del Casentino lo chiamano da sempre “San Torello”; e lo ricordano solennemente ogni 16 marzo. E diversi affidano ancora le proprie speranze all’umile eremita che riuscì ad ammansire il feroce lupo Manino.


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Commenti (0) | January 27, 2010

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