Gropina – un sogno di pietra


Gropina - un sogno di pietraInerpichiamoci per la ripidissima strada che risale serpeggiando la china del Pratomagno, fra Firenze ed Arezzo. Lasciamoci alle spalle il pittoresco borgo di Loro Ciuffenna, nome dal sapore etrusco, con le sue case disperatamente aggrappate alla rocce che precipitano nella profonda gola scavata dalle acque impetuose del torrente.

Ed arriviamo in breve a Gropina, un pugno solitario di costruzioni in pietra serrate attorno alla grande pieve romanica da dove, immersi nel verde delicato degli ulivi, si gode di un colpo d’occhio mozzafiato sulla sottostante valle dell’Arno, con i suoi frenetici centri abitati; e, immediatamente dietro, sulle scure sagome dei rilievi del Chianti. Una posizione felicissima, come testimoniano i cespugli di fichi d’India che crescono rigogliosi a ridosso dei muri a secco.

Gropina, un tempo, era posta sulla strada detta “dei Sette Ponti” che nel Medioevo i pellegrini in viaggio alla volta di Roma percorrevano, evitando così il fondovalle infido e paludoso. Un luogo di una certa importanza, quindi, che l’attuale posizione defilata non fa affatto sospettare; ma che per secoli costituì una delle pievi più importanti della diocesi di Arezzo. Edificata in un sito che fu luogo di culto forse ben prima dell’avvento del messaggio salvifico di Cristo, una costante che è data riscontrare in innumerevoli altri casi.

Ed infatti, l’attuale costruzione risalente al sec. XII, venne eretta sui resti di un’altra chiesa barbarica del sec. VII-VIII; la quale, a sua volta venne fondata al posto di una piccola costruzione paleocristiana del sec. V-VI. Ancora più sotto si sospetta l’esistenza di un edificio romano od etrusco, forse dedicato anch’esso al culto di qualche dio senza nome. Uno di quei siti, quindi, dove più prepotentemente che altrove soffia il vento dello spirito. Ma che, a differenza di tanti altri edifici romanici dalle linee limpide e dalle superfici regolari, sembra voler disorientare il visitatore. Già all’esterno qualcosa non torna completamente; e te ne accorgi solo osservando con attenzione ogni particolare. Ad iniziare dalla facciata in grigia arenaria che rosseggia nel sole che tramonta e che testimonia delle tante trasformazioni subite dall’edificio: perchè l’unico portale, estremamente semplice e dimesso, è posto leggermente a sinistra ed il rosone cieco e la bifora non sono in asse fra di loro? E poi, girando all’esterno, per quale motivo i costruttori hanno voluto a tutti i costi annodare fra loro, in modo bizzarro, le due colonne centrali dell’abside?
Ma lo sconcerto ed il disorientamento diventa insostenibile quando entriamo e solo a fatica i nostri occhi si abituano alla penombra profonda dell’interno. Allora, ci pare, davvero, di trovarci immersi in un sogno di pietra, di passeggiare nel bel mezzo di in un allucinato bestiario medievale, concretizzatosi, non si sa come, sulle aspre pendici del Pratomagno. Ecco schiere di leoni con la testa piegata, aquile, lupi che con i loro denti aguzzi divorano agnelli inermi, addirittura una scrofa che allatta i suoi piccolini. E poi cavalieri armati di lance e scudi che uccidono un mostro demoniaco, mentre solo poco più in là una chimera fa capolino fra tralci di vite e fogliami; e poco oltre, draghi si intrecciano con figure femminili, Sansone cavalca un leone, mentre Cristo ci benedice dall’interno della sua gloriosa ghirlanda e l’apostolo Pietro mostra orgoglioso le sue chiavi. Un universo simbolico e affascinante che piano piano si compone, riprende il suo posto nei magnifici capitelli che con le loro colonne dividono l’ampio spazio in tre navate. Tiriamo finalmente un sospiro di sollievo, tutto ci sembra riprendere il suo posto. Ma ecco che, inaspettata, ci appare la visione di una sirena con due code, una presenza inconcepibile in questo luogo di montagna. E che si accompagna alle tante figure umane e bestiali, talmente arcaiche da sembrare provenire da epoche senza nome, e che decorano l’incredibile e rarissimo pulpito. Ma anche qui, quasi a ribadire la presenza del mistero, le colonne del basamento risultano annodate fra loro.
Ci sentiamo davvero al cospetto di un luogo sacro. E come il biblico Giacobbe, ci verrebbe spontaneo recitare: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”. E che il soprannaturale, l’arcano, abiti qui, ne abbiamo ulteriore conferma scendendo nel sottochiesa, dove, fra gli scavi e le croci graffite nella roccia in età longobarda, dalla parete fa capolino, inattesa, una singolare testa di epoca barbarica che pare fissarci con un sorriso fra il divertito e l’enigmatico. Ma tenendosi ben stretti, alla fine, i suoi segreti.

Commenti (0) | January 28, 2010

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