Quel toscanaccio di Michelangelo


Michelangelo Buonarroti“La Vs mi manda a dire che io dipinga et non dubiti di niente: io rispondo che si dipinge col ciervello et non colle mani, et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera: però sino che la cosa mia non si acconcia, non fò cosa bona.” (Michelangelo Buonarroti, lettera al prelato che lo sollecitava a dipingere la Cappella Paolina a Roma).

Quale miglior monito potremmo aspettarci da un artista, se non quello che è il ciervello che comanda e dirige azioni, parole, gesti, pensieri edecisioni? Come promesso, eccomi di nuovo a parlarvi di Michelangelo, uno dei più grandi uomini di tutti i tempi e i luoghi, su cui sono state scritte migliaia e migliaia di parole, libri, monografie, inediti… Che cosa rimane da dire, dunque, su questo personaggio che fu, innanzitutto, un uomo di carne ed ossa, figlio della sua, o meglio, della nostra terra più di quello che possiamo immaginare? Potrei raccontarvi la sua vita, la sua biografia, già decantata, però, da centinaia di libri e personaggi, più o meno autorevoli, potrei commentare le sue opere e il suo genio artistico, ma credo sia stato già fatto in tutte le possibili salse, come diciamo dalle mie parti. E allora vorrei parlarvi di Michelangelo come di un antenato di tutti i toscani, un compatriota di altri tempi, ma che tutti, almeno un pò, sentiamo come nostro.

Michelangelo il toscanaccio è stato l’uomo che sì, ha consegnato all’umanità intera un patrimonio di ricchezza ineguagliabile, ma che prima di tutto fu figlio di Firenze e del suo tempo. Firenze, quella che lui stesso riconosceva come sua madre e a cui si rivolgeva con epiteti affettuosi: era la sua nutrice, la preziosa gioia, “il nido ove nacqu’io”. Sebbene la sua città natale fosse Caprese, la sua era stata un tempo una nobile famiglia fiorentina, dedita a cariche pubbliche di notevole importanza, fino a quando non cadde in povertà e Ludovico, il padre di Michelangelo, dovette accettare l’incarico di podestà di Caprese per cercare di assicurare alla sua famiglia un’esistenza dignitosa. Nonostante le nobili origini del suo casato, le tradizioni e le convenzioni che la sua famiglia continuava ad osservare, Michelangelo si sentiva più vicino al popolo che all’alta società, e senz’altro doveva aver influito il fatto che appena nato fosse stato affidato ad una balia di Settignano, vicino a Firenze, noto paese di scalpellini e cavatori di pietra serena (quella pietra che arricchiva da sempre Firenze con le sue imponenti costruzioni), da cui aveva bevuto “latte impastato con la polvere di marmo”, acquisendo, o meglio, succhiando, così, la capacità di scolpire (a detta sua!).

Il suo esilo volontario a Roma, così come considerò lui stesso alla fine della sua vita i trent’anni qui trascorsi, non lo allontanò comunque da Firenze: della sua città aveva nostalgia, seguiva sempre da vicino tutte le vicende politiche e, da buon fiorentino quale era, si dimostrava tanto ogoglioso e fiero della sua patria, quanto critico nei suoi confronti e in quelli dei cittadini, quando l’occasione lo richiedeva. Si dice, addirittura, che preferisse la compagnia degli esuli fiorentini che incontrava a Roma e che, come per godersi i sapori della sua terra, non bevesse altro vino che quello proveniente da Firenze (o forse perchè il vino del nostro Chianti non ha ancora trovato eguali!). E non solo: da Firenze faceva arrivare persino i suoi garzoni, perchè ben poca fiducia riponeva in quelli dell’Urbe!

Firenze fu, insomma, il suo angelo custode e la sua musa ispiratrice allo stesso tempo: inevitabilmente, come succede ad ogni essere umano, le sue esperienze di vita influenzarono le sue opere, il suo pensiero, il suo rapportarsi all’arte e a ciò che essa rappresentava per lui, la raffigurazione degli innumerevoli personaggiche hanno animato il suo universo artistico. E Firenze fu, soprattutto, la sua maestra, la guida che lo avvicinò al mondo dell’arte, ben prima dei fratelli Ghirlandaio che lo ebbero come apprendista nella loro bottega quando ancora era un bambino. Firenze, con le sue chiese ed i suoi affreschi, gli ha mostrato la bellezza del’arte, lo ha sedotto e affascinato al punto che Michelangelo, invece di andare a scuola di grammatica, marinava le lezioni per andar per chiese a disegnare.

Ma d’altronde, sarebbe davvero possibile rimanere estranei al fascino della bella Fiorenza?



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Commenti (0) | April 14, 2010

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